Questo è l’ultimo articolo riguardo l’approccio verso l’intuitive eating, che fa da conclusione a quelli pubblicati nelle settimane precedenti (e che trovate qui, qui e qui).
Ci mancano ancora quattro punti: gli ultimi quattro piccoli compiti (o obiettivi, o sfide) per arrivare ad essere il più possibile padroni delle proprie scelte in campo alimentare. 
Badate bene: non ho scritto “padroni del cibo”, perché non è questo il fine che ci si dovrebbe prefiggere quando ci si avvicina all’alimentazione intuitiva. Quello cui dovete ambire non è avere il controllo del cibo, quanto essere padroni delle scelte: essere liberi di scegliere un alimento piuttosto che un altro (o una voce nel menu del ristorante piuttosto che un’altra), senza condizionamenti del marketing, senza pregiudizi (pseudo) salutisti e senza condizionamenti dettati dall’industria alimentare.
E’ proprio questo il fulcro dell’alimentazione intuitiva: svincolarvi il più possibile da condizionamenti esterni, e permettervi di scegliere in base a quello che il vostro corpo vi chiede.
…ma anche in base a quello che la vostra mente vi chiede, o la vostra gola vi chiede! Non vorrei mai e poi mai passare per una dietista che non ammette alcun tipo di piccolo extra o grande sgarro: il cibo è vita, è socialità, è gusto. In tutto questo rientrano indubbiamente fattori fisiologici di necessità di cibo, ma anche soddisfazioni voluttuarie, che ci portano a indugiare nel cioccolatino in più o a cenare in un ristorante chic o anche a comprare un pacco di biscotti assolutamente commerciali, che tuttavia sono il nostro “piccolo vizio”.
Quello che è importante è che queste scelte di gola o di pancia, di testa o di cuore, siano fatte in piena consapevolezza: non dobbiamo acquistare *quei* biscotti o *quella* crema spalmabile perché l’industria del cibo ci ha resi schiavi di zuccheri e additivi.

Con gli ultimi quattro punti che vado ad elencare miro a fare leva proprio su questa consapevolezza, di dimensione diversa rispetto alla mera percezione dei propri fabbisogni fisiologici. Pronti? Si parte!

11. Prepariamo una lista della spesa “perenne”. Questo ci aiuterà enormemente a organizzare la cucina e i pasti settimanali, per evitare di avere la dispensa pressoché vuota e come unica alternativa per cena una pizza da asporto. 
Dobbiamo semplicemente scrivere su un foglio l’elenco degli alimenti che non devono mai mancare in casa, di modo che quando apriamo l’ultima o la penultima confezione già ci mettiamo nell’ottica di sopperire al buco.

Settore “carboidrati”
– Un pacco di riso o pasta di farro o quinoa per le emergenze.
– 2 o 3 patate(se vi piacciono), sempre gradite per addensare una vellutata o accompagnare un secondo.
– Una confezione di crackers biologici in dispensa (se li usate): vi saranno utili per certe cene improvvisate o se vi manca una componente per il pranzo.
– Pane surgelato, per quando avete finito quello fresco e non avete altro in dispensa con cui fare colazione.



Settore “frutta e verdura”

– In freezer, 2 o 3 pacchettini di verdure surgelate (comprate fresche e surgelate da voi), cotte o crude, da ripassare in padella o per fare un minestrone quando non avete vegetali freschi in frigorifero. Utilissimo quando tornate tardi dopo un weekend passato fuori città, ve lo garantisco!
- Qualche pacchettino di mele disidratate, come snack d’emergenza.
– Datteri o fichi secchi, da usare per addolcire gli impasti delle vostre torte a basso carico glicemico.

Settore “proteine”

– Un paio di pacchetti di affettato (senza conservanti) surgelato: vi sarà utile quando non avete alcun tipo di carne fresca o non avete tempo di cucinarla.
– Uno o due vasetti di tonno in olio extravergine o al naturale, per insalatone o condimenti per primo piatto in velocità.
– Uno o due vasetti di legumi, per insalatone o vellutate o zuppe quando non c’è altro a disposizione.

Con questi pochi ingredienti d’emergenza riuscirete a risolvere pranzi o cene in cui non avete proprio altro a disposizione.
Altri alimenti di cui non manca mai un minimo di scorta in casa mia sono: latte di mandorla o d’avena (casomai di domenica pomeriggio mi venisse voglia di fare un dolce o di una cioccolata calda!); frutta secca; fiocchi d’avena o di riso; uno o due tipi di formaggio semistagionato o stagionato (utilissimi per arricchire di gusto i sughetti con cui condisco i primi piatti del mio compagno, o da mettere in scaglie nelle insalatone); capperi-senape-pomodorini sottolio (preziosi alleati di sapore); qualche spezia e/o erba aromatica essiccata; qualche secondo piatto cotto in precedenza e surgelato (come ormai ben sapete, cerco di sempre di preparare qualche porzione in più quando cucino); farina di ceci (per fare veloci piadinette con cui sostituire il pane, per me che non mangio glutine); una confezione di uova bio; burro-olio per cucinare e condire.

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Tutto il resto va a ispirazione del momento: tipologia e quantità di frutta e verdura, o di carne e pesce, o piccolezze che acquisto man mano quando trovo qualcosa che valga la pena in gastronomia o nei negozi in cui solitamente faccio acquisti (do sempre un’occhiata alle offerte, controllando le date di scadenza dei prodotti!).

12. Cerchiamo i produttori e i negozi che fanno al caso nostro. Lo dico da sempre: la chiave del cambiamento è l’organizzazione, e nell’organizzazione rientra anche tessere quella rete di fornitori fidati su cui possiamo contare per fare una spesa consapevole. Non è semplice per nessuno abbandonare il supermercato in favore dei mercatini e delle aziende agricole, soprattutto se il tempo a disposizione è poco o se si vive in posti sprovvisti di servizi che fanno al caso vostro; tuttavia, bisogna anche ammettere che le possibilità a disposizione sono parecchie, e che il disagio maggiore è solo quello iniziale, quello in cui perdete svariate ore alla ricerca dei vostri nuovi punti di riferimento.

Come possiamo agire?
Pesce: cerchiamo una pescheria di fiducia, che abbia un buon rifornimento di pesce non allevato. Potremmo anche pensare se ci sia un buon banco del pesce ad un mercato vicino a dove abitiamo. In entrambi i casi, possiamo parlare con il personale e metterci d’accordo per avere pesce fresco pulito a cadenza settimanale o quindicinale, facendo un ordine telefonico e passando a ritirare la spesa: quello che non riusciamo a cucinare subito, lo surgeliamo.

Carne (e uova): purtroppo non è sufficiente avere una macelleria vicino a casa, perché non è detto che la qualità sia migliore rispetto a quella del supermercato. A fare la differenza è il modo in cui l’animale è stato allevato: al pascolo, in stalla, o una via di mezzo tra le due? Se ponete questa domanda in macelleria, probabilmente non vi sapranno rispondere, soprattutto se abitate in città (certi paesi a tradizione ancora spiccatamente rurale riservano invece grandi sorprese). 
Per la carne bianca vi conviene rivolgervi ad aziende agricole che vendano verdura e uova: per una questione logistica, è molto probabile che abbiano anche un pollaio; assicuratevi che i polli siano cresciuti in almeno 90 giorni. Altra carne bianca, come tacchini o faraone, hanno di per sé maggiori garanzie, per via del ciclo vitale dell’animale che non può essere forzato più di tanto (a differenza del pollo).
 Per la carne rossa, potete vedere se trovate degli allevamenti in cui alle bestie sia permesso di pascolare, almeno in primavera e in estate. Ancora più semplice, cercare aziende che vendano online carne grassfed (ossia allevata esclusivamente al pascolo). In entrambi i casi è molto probabile che vengano effettuati solo ordini consistenti, di almeno 5-10 kg (già confezionati in pacchetti da 1 kg l’uno, con diversi tagli: bollito, arrosto, macinato…), quindi assicuratevi di avere sufficiente spazio in freezer. Ricordatevi anche se queste tipologie di carne sono più fibrose (per forza: l’animale, pascolando, ha irrobustito i muscoli), quindi sono ottime per lunghe cotture e non per la classica bistecchina ai ferri. Ne abbiamo già ampiamente parlato in passato.

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Cereali, legumi e farine: dipende tutto da che consumo avete. Se utilizzate questi alimenti quotidianamente, vi conviene comprare pacchi maxi da 3-5 kg, su cui potete risparmiare qualche euro (oltre che permettervi di fare un rifornimento mensile anziché settimanale): potete contattare direttamente i produttori che vendono online, e vi assicuro che una breve ricerca in internet vi darà molti contatti tra Toscana, Umbria, Marche e certe zone del Sud (per il riso, invece, meglio guardare luoghi tra Piemonte e Lombardia).

Frutta e verdura: questo è forse il settore d’acquisto più complesso, perché si tratta di materie prime facilmente deperibili, che bisogna acquistare una o due volte a settimana. Quindi è necessario avere un fornitore vicino a casa, senza dover fare i chilometri per raggiungerlo.
I consigli che vi posso dare io sono:
– Informatevi se ci siano GAS (gruppi di acquisto solidale) nel vostro paese. Qui è spiegato come funzionano, sono molto utili (e permettono di risparmiare sull’acquisto).
– Informatevi se il vostro paese o limitrofi organizzino mercatini dei coltivatori (in genere a cadenza settimanale o quindicinale); potete anche controllare sul sito della Coldiretti della vostra provincia o regione, o su quello di Slowfood.
– Provate a vedere se ci siano aziende agricole consapevoli o fattorie vicino a voi, dove fare rifornimento una volta a settimana (magari il sabato pomeriggio, se l’avete libero); più abitate vicino alla campagna, più siete fortunati.
– Se abitate in città, provate a informarvi sui servizi di consegna a domicilio; a Milano, ad esempio, c’è quello di Cortilia, mentre Bioexpress copre, oltre che Roma, Milano e parte della Lombardia, buona parte delle province di Veneto, Friuli, Piemonte ed Emilia Romagna. Ne esistono sicuramente molti altri, di cui non sono a conoscenza per ovvi motivi geografici. Pensateci, e fate due calcoli per rendervi conto che, effettivamente, c’è anche un guadagno economico: magari la spesa di per sé costa un pochino di più, ma vi risparmiate la benzina del viaggio e, soprattutto, il tempo passato nel traffico!
– Non dimenticate che spesso molti negozi di alimentari e fruttivendoli offrono un servizio a domicilio con l’aggiunta di un piccolo extra per il trasporto: magari non lo pubblicizzano, ma lo fanno. Provate a informarvi; se siete in confidenza, e se sapete che il negozio prepara anche verdure cotte o mix di verdure già pulite e tagliate (ideali per fare minestroni o da surgelare!), potete anche accordarvi su questa prestazione aggiuntiva.

Altre categorie: in cucina e in dispensa abbiamo una gran quantità di piccoli prodotti che si acquistano ogni tanto, dalla senape al sale grosso, dalla tavoletta di cioccolato al miele. A seconda del consumo che ne fate, il loro acquisto può cadere a cadenza quindicinale o mensile, o anche più diradata nel tempo; potete organizzarvi per fare scorte (ad esempio, io non vivrei senza sapere che ci sono un paio di barrette di cioccolato “per le emergenze”!) oppure tenerne giusto una confezione (ad esempio per la senape). In base alle vostre esigenze potete acquistare i prodotti man mano che ne avete bisogno direttamente in negozio, magari facendo una deviazione quando tornate dall’ufficio o allungando la strada quando portate il bimbo in asilo. 
Potete anche prendere in considerazione gli svariati negozi (bio e non) multimarca che si trovano online: grandi supermercati virtuali in cui poter trovare tutto quello di cui avete bisogno, da ricevere comodamente a casa. Fate solo attenzione ai prezzi: nella maggior parte dei casi sono convenienti rispetto al negozio fisico, ma a volte capita di spendere un 10-20% in più presi dalla foga del “metto in carrello”. Le prime volte che acquistavo in questa modalità mi sono creata una semplicissima tabella di confronto, simile a questa:

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In questo modo avevo sempre sott’occhio dove conveniva comprare che cosa: a parità di qualità, alcune cose mi organizzavo per prenderle in un “negozio fisico”, altre in un sito online, altre ancora in un altro sito.
Quando preparate una tabella come quella d’esempio è importante:
1. Confrontare prodotti di pari qualità, altrimenti è abbastanza ovvio che vi costi meno quello di qualità inferiore… Ovvio che poi dipende anche dalle vostre esigenze: se non siete grandi estimatori di miele, potete acquistare uno semplicissimo purché italiano e bio senza cercare il prodotto particolare d’alpeggio…!
2. Confrontare i prezzi al kg (o al litro) e non quelli unitari: questo vale anche quando fate la spesa normalmente, non fatevi ingannare dalle etichette con i prezzi e controllate sempre quello scritto più in piccolo. Se uno yogurt da 150 g costa 1 euro, e quello da 200 g costa 1,2 euro… Il prezzo pagato per unità è maggiore nel secondo caso, ma state risparmiando sulla quantità!

Vi ricordo che in questo articolo avevo anche citato diversi siti su cui poter effettuare i vostri acquisti.



13. Le vie di fuga, ossia: e quando proprio non avete nient’altro a disposizione in casa, quando non avete la minima intenzione di accendere il fornello o sporcare padelle, quando diventa difficile anche solo pensare a cosa avete surgelato in freezer, che si fa? Con le vostre vecchie abitudini, forse avreste optato per una pizza a domicilio, un kebab preso uscendo dal lavoro, o la rosticceria cinese sotto casa. Siete più che intenzionati a non cedere a scelte poco salutari, ma il dèmone della pigrizia si sta pian piano impossessando di voi… che fare?

Per prima cosa, ricordate che se capita ogni tanto di non fare un pasto degno di tale nome, non succede nulla: non perderete di certo il ritmo delle buoni abitudini; molto più probabilmente è maggiore il danno delle ramanzine mentali che vi state facendo (“non dovresti proprio mangiare in questo modo!”), che non il pasto squilibrato in sé. Lasciate fluire: capita di non aver voglia non solo di cucinare, ma proprio di mangiare qualcosa di simile a un “vero pasto”. Accettatelo, non fatene un problema: l’importante è che non sia tutte le sere così, ma in fondo… che male può farvi “cenare” in modo assolutamente atipico ogni tanto? Se avete lavorato bene sui punti precedenti, in casa è probabile che abbiate solo ingredienti sani e golosi: non finirete a piluccare patatine e brioche davanti alla tv, ma magari la vostra “cena” sarà una porzione generosa di yogurt con cacao, cannella e fiocchi d’avena; oppure tarallini di farro e pezzo di parmigiano; oppure una banana, noci e prosciutto crudo. O un mix di tutte queste cose.
Ricordate: l’importante è che queste cene-non-cene non siano frequenti, non siano vissute con senso di sconfitta e non portino a compulsioni alimentari. Nulla di più.

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In secondo luogo, provate a vedere se nei dintorni ci sono take-away più salutari di quelli a cui eravate abituati: una cena magari raffazzonata e riscaldata al microonde, ma comunque una cena. In città ormai ci sono tantissimi bistrot e locali dall’impronta salutista che offrono anche servizio di take-away per insalatone, zuppe, yogurt, centrifughe e similari; a ben guardare, anche certi pub e bar più “tradizionali” nascondono sorprese inaspettate: ingredienti di qualità, anche se in forma di panino o piadina (a cui, tradizionalmente ed erroneamente, si associa il junk-food). Potreste scoprire gastronomie a conduzione famigliare vicino a casa dove passare a prendere del pollo arrosto con patate, o potete addirittura fare un salto al supermercato più vicino: qualità non eccelsa, ma che male può farvi se per una sera prendete lì una porzione di insalata di riso o di carpaccio di piovra? Meglio questo che non il kebab o un’indigesta pizza d’asporto… 
Se non abitate distanti da un centro cittadino, potrebbe addirittura venirvi incontro la tecnologia: ad esempio, il servizio di Just Eat, se ben utilizzato e selezionando le giuste attività, non è affatto da scansare a priori. 

Insomma: lasciatevi delle via di fuga; pur mantenendo un’alimentazione sana, le alternative per non impazzire in cucina per quattordici pasti a settimana ci sono.

14. I piccoli “vizi gourmet”: ecco l’ultimo punto, quello che a mio parere può davvero fare la differenza.
Probabilmente, siete abituati a considerare “sgarro” qualcosa che racchiude in sé il significato di peccaminoso, calorico e anti-salutista: cioccolato, torte farcite, pizza, patatine fritte, lasagne della nonna con un chilo di besciamella… Dico bene? E se invece imparassimo ad apprezzare il cibo anche come forma di cultura e di arte?

Mi spiego meglio. Sappiamo bene che l’alimentazione, per l’essere umano, non è solo soddisfazione di un fabbisogno primario (la richiesta di cibo per il sostentamento), ma assume numerosi altri significati: cultura e arte fanno parte di questi. Specialmente in un Paese come l’Italia, così ricco di tradizioni enogastronomiche, ogni piccola area geografica ha una sua particolarità, un’unicità che possiamo concretamente trovare, acquistare e degustare solo lì; attenzione, non mi sto riferendo al “grande made in Italy”, che ormai è sulle tavole di tutto il mondo: chiunque conosce il Grana, e il crudo DOP, ad esempio. Ma in quanti conoscono il Parmigiano Vacche Rosse e il Culatello di Zibello? E soprattutto, quanti lo sanno propriamente degustare, e non solo dire che è delizioso per pura convenzione (cosa che nel 90% dei casi succede con “cibo-chic” come ostriche crude e caviale)?

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Sono profondamente convinta che entrare nell’ottica della “degustazione” arricchisca l’atto del mangiare di un significato transculturale in grado di dare nuovo valore al cibo: permette di apprezzare non solo il gusto, ma anche il lavoro che sta dietro alla produzione di certi prodotti, e che è, ancora oggi, quasi completamente su scala artigianale, non industriale. Permette di esaltare il prodotto a 360 gradi, e non solo la semplice reazione chimica determinata dalla stimolazione delle nostre papille gustative. Con un piccolo sforzo di volontà in più, ossia sforzandoci a cercare informazioni sulla storia e la produzione di quello che stiamo assaggiando, permette di fare cultura. Ed è anche un utile esercizio per il sistema nervoso centrale: quando assaggiamo non limitiamoci a dire “è buono”, ma cerchiamo di riconoscere quegli aromi secondari in grado di evocare in noi ricordi e stimoli. Come chi è in grado di trovare profumo di sottobosco in un buon vino, potremmo riconoscere la banana matura in buon cioccolato.


Degustando potremo apprezzare quelle micro-differenze di uno stesso formaggio proveniente da due alpeggi differenti, differenze che rendono il prodotto quanto più distante possibile dalla standardizzazione monotona, piatta (e insulsa) della grande distribuzione.
Degustare ci permetterà, di settimana in settimana, di allontanarci dalle dipendenze indotte dal consumismo industriale, e di (ri)scoprire un piacere del cibo che mai avremmo creduto possibile.

Una piccola parentesi personale. La mia carriera da gourmand (letteralmente “ghiottona”) ha inizio circa cinque anni fa, con la frequentazione del mio attuale compagno di vita. Io già apprezzavo un certo tipo di cucina, ma non ero mai entrata nel dettaglio tecnico; per lui, invece, era un mondo nuovo, ma aveva il vantaggio di aver sempre mangiato cibo genuino: era in grado di riconoscere l’artigianale dall’industriale, forse molto meglio di me. Complice la nostra comune passione per certe forme d’arte (che ci portava a visitare città e musei), le sue abitudini alimentari (se risolvesse i pranzi con un panino, deperirebbe in breve tempo) e la mia inclinazione professionale, abbiamo cominciato a frequentare ristoranti, trattorie tipiche e agriturismi di ogni genere.
Lui ha il dono della curiosità (oltre che della golosità): ogni nuovo prodotto o piatto incontrato meritava un approfondimento, parlandone direttamente con il ristoratore/produttore, o cercando informazioni in internet. Abbiamo cominciato pian piano ad arricchire il nostro bagaglio di conoscenze, sia a livello teorico che pratico: passavamo da una mostra sull’Impressionismo a scoprire come viene trovato e trattato il tartufo (e perché tutto ciò che è venduto come ‘tartufato’ dovrebbe essere bandito); dal visitare una torre cinquecentesca ad assaggiare il pane cotto a legna di una bottega nascosta lì vicino; dall’ammirare un tramonto in Toscana a scoprire il prosciutto di Cinta Senese; dallo scarpinare cinque ore in montagna a pranzare con il formaggio prodotto nella malga di arrivo.

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Il legame tra i nostri viaggi, la nostra storia e il cibo si è pian piano consolidato, arricchendo sia me che lui di cultura, gusto, conoscenza e… riconoscenza. Se non fosse stato per questo percorso comune, molto probabilmente farei fatica a concepire una vita “senza sgarri”, come è la mia attualmente; in realtà, ho semplicemente dato un significato diverso allo “sgarro”, che non definisco più tale. Se sbirciate il mio profilo Instagram, sapete bene che apprezzo il buon cibo e che non mi mancano le conoscenze per scovare ristorantini e prodotti tipici… Queste – vogliamo chiamarle “deviazioni”? – dall’alimentazione quotidiana assumono tuttavia un significato talmente particolare che non riesco proprio a vederle con l’accezione negativa che il termine ‘sgarro’ porta con sé: il bagaglio di conoscenze che mi ha via via donato ha fatto sì che le mie scelte in fatto di acquisti alimentari fossero orientate in un certo senso non per “snobismo” alimentare, ma per concreta comprensione e riconoscenza del lavoro e delle tradizioni che stanno dietro il Cibo, il Cibo Vero.
Se non compro junk-food e se non frequento supermercati non è perché sia una dietista inflessibile e ortoressica, ma perché, sapendo quello che si nasconde dietro l’artigianalità di un prodotto, non riesco a immaginare di fare diversamente, per rendere onore al lavoratore dietro al prodotto, e alla terra che ha donato la materia prima.


Ecco perché sono convinta che la “degustazione” possa essere un atto addirittura nobilitante. Ed ecco perché mi sento di spronarvi ad essere dei gran curiosi di cibo: non accontentatevi di visitare i mercatini gastronomici (dove, ahimè, di artigianale c’è poco o nulla), ma cominciate a scoprire le tipicità della regione in cui vivete, prendete contatti con i prodottori, chiedete perché quello che vi vendono è diverso da quello che potete acquistare altrove. A mio modesto parere, partire dalla guida dei Presìdi Slowfood potrebbe essere un buon punto di partenza per avere i parametri di valutazione giusti.

Sempre legato alla sfera gourmet c’è la mia (o meglio, nostra) enorme passione per… i ristoranti. Lo ammetto: al contrario di tante donne, provo più soddisfazione in un buon ristorante che non all’acquisto di un paio di scarpe. 
Questa è, in parte, un’altra storia; però inserisco comunque una piccola nota qui, perché anche scovare i ristoranti migliori è una forma di curiosità verso il cibo.
Per “migliore” non intendo necessariamente il locale blasonato: io e il mio ragazzo abbiamo cenato in alcuni ristoranti stellati che non ci hanno donato alcuna emozione, ma allo stesso modo siamo capitati in trattorie a buon prezzo che ci hanno fatto vivere un’esperienza gustativa vera e propria.
Trovare i ristoranti “che valgono la pena” non è semplice: se ci si affida a recensioni dei consumatori, come ad esempio il tanto chiacchierato Tripadvisor, può essere un’arma a doppio taglio se la media della clientela non ha i nostri stessi gusti, o se siamo nel centro storico di una città d’arte frequentata più da turisti che da gourmand. Ci si deve prendere la briga di leggere bene le recensioni, e trovare altre informazioni altrove: questo, in genere, è compito del mio ragazzo, e devo ammettere che ormai difficilmente sbaglia…
Se però siete (o diventerete) dei veri appassionati della Cucina, oltre che del Cibo, val la pena acquistare qualche guida di ristorazione seria: ne esistono di ogni tipo a seconda del vostro interesse. La più celebre è sicuramente la Guida Michelin, che comprende anche i ristoranti stellati (ossia, sulla carte, i migliori in assoluto); ricordate tuttavia che a volte le famose ‘stelle’ vengono date per motivi utilitaristici (le polemiche si sprecano, qui leggete una tra le tante critiche evidenziate dal giornalismo d’inchiesta). Inoltre va considerato che si tratta di un tipo di cucina che, fatte poche eccezioni in Italia, ha poco a cuore l’ecosostenibilità delle materie prime, e si concentra invece sulla loro manipolazione: non è infrequente trovare foie-gras e prodotti provenienti da Oltreoceano nei menù, e questo forse potrebbe non essere in linea con la vostra idea di Cibo come forma di Arte.

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Ad ogni modo, la Guida Michelin indica anche ristoranti non blasonati, più a portata di portafogli e, forse, con una coscienza alimentare più profonda. Altre guide valide sono quelle Slow-Food (qui le App, qui il sunto della guida 2017), quelle del Gambero Rosso, quella del Gambero Rozzo e quella dell’Espresso.
E poi… Leggete, incuriositevi, partecipate a eventi gourmet, ma soprattutto un consiglio spassionato… State lontani delle gastro-star: quando uno chef sta più in televisione o in giro per il mondo che non in cucina, non è mai un buon segno… Lo stesso dicasi per quei ristoranti (e bar e pasticcerie) che sono *fin troppo* frequentate e conosciute: sono fermamente convinta (e l’esperienza mi ha dato conferma) che quando un locale è frequentato da chi ci va più per moda che per interesse, la qualità dell’offerta ne soffra enormemente. Potrei fare nomi e cognomi, ma direi proprio che preferisco rimanere dietista&gourmand che non critica gastronomica!

Buone degustazioni!