Ortoressia: chi di voi ne ha sentito parlare? La parola deriva dal greco, e potremmo tradurla con “eccessiva attenzione al cibo sano”.

Definire l’ortoressia un disturbo dell’alimentazione è un azzardo, poiché il confine tra (iper) salutismo e ossessione è quantomai labile. Tutte le persone che stanno attente a mangiare sano potrebbero essere definite ortoressiche da coloro che, al contrario, non fanno minimamente attenzione a quello che si ha nel piatto: la cura nello scegliere alimenti biologici, naturali e non processati potrebbe essere ironicamente classificata come fissazione, ossessione o mania, soprattutto quando i principi di un’alimentazione bilanciata vengono applicati anche quando ci si trova a mangiare fuori dalle quattro mura domestiche.
La maggior parte delle volte le scelte alimentari salutiste vengono confuse con una preoccupazione per l’introito calorico, e ci si sente magari dire che “puoi permetterti tutto tu, sei già magra!”. Sembra quasi che il cibo sia diviso in due categorie: quello insipido, ipocalorico e triste da dieta, e quello ricco, elaborato e godereccio di chi “si gode la vita”. A molti risultano inconciliabili questi due aspetti dell’alimentazione, ed ecco dunque che l’attenzione alla salute diventa qualcosa di strano, anormale, addirittura contrario alla convivialità.

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Sappiamo bene che il cibo può essere allo stesso tempo delizioso e sano, e che non esistono categorie vietate di alimenti quando ci si avvicina ad un’alimentazione naturale.
Tuttavia, è vero che negli ultimi dieci-quindici anni si è assistito ad una nuova patologia psicologica associata al salutismo alimentare: l’ortoressia appunto, che sembra nascere soprattutto in quelle persone già predisposte ad altri disturbi alimentari o al disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.
Ma quand’è che l’attenzione a quello che si mangia diventa un vero e proprio disturbo?
La dott.ssa Martina Migliore, psicologa e psicoterapeuta, risponderà a questa domanda nel suo articolo, mentre io settimana prossima darò qualche consiglio alle persone con tendenza all’ipercontrollo per lasciarsi gradualmente andare, senza dover pianificare il lunedì quello che si mangerà il venerdì e senza aver paura dei cibi che non rientrano nella propria lista di “alimenti assolutamente proibiti” (non per un fattore calorico, ma di attribuzione di naturalità e sicurezza).

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A cura di
Martina Migliore
Psicologa psicoterapeuta
Specializzata in psicoterapia cognitivo comportamentale
Studio a Umbertide (pg) in via martiri dei lagher 4/b
Tel. 3429068590
martina.migliore@gmail.com

Vuoi per il bombardamento antiobesità mediatico, vuoi per una sempre maggiore consapevolezza rivolta verso il cibo, in questi ultimi anni si è assistito ad un fiorire di prodotti, aziende, comunicazione, blog e ricette rivolte alla divulgazione cibi naturali e alla comunicazione dei danni causati da un’alimentazione industriale e consumistica.
 I “nuovi diavoli” portano il nome di conservanti, solfiti, coloranti, pesticidi e ogni tipo di sostanza aggiunta durante la coltivazione o il processo di raffinazione degli alimenti, nonché l’allevamento degli animali. Termini quali “senza conservanti aggiunti”, “allevamento a terra”, “OGM free” fanno ormai parte di un panorama ben conosciuto tra gli scaffali dei più grandi ipermercati. Tale consapevolezza ha un’importanza cruciale nella lotta contro la mala-alimentazione, dietro la quale si nascondono molti dei disturbi che assediano la società occidentale.

Ma cosa succede quando un’attenzione scrupolosa si trasforma in un’ossessione perfezionista? Quando la ricerca e la preparazione di cibi giudicati sani, si dilunga per ore e giorni, riempiendo letteralmente la vita?

In questo caso ci troviamo di fronte ad una disagio noto come Ortoressia, letteralmente dal greco “appetito corretto”; chi è vittima di questa forma di ossessione infatti è assillato da continui pensieri, valutazioni e ruminazioni sulla sanità del cibo. Tale ossessione dà origine a comportamenti compulsivi e pressanti di ricerca e selezione di cibi considerati puri e non contaminati. I comportamenti compulsivi rivestono anche la sfera della preparazione di tali cibi, poiché la paura della contaminazione si estende anche ad ogni materiale con il quale essi vengono a contatto.
Si potrebbero individuare due macro-distinzioni di comportamenti ortoressici: da una parte il terrore per l’igiene del cibo, che porta alcune persone a preferire gli alimenti confezionati a quelli naturali in quanto “sterili”, esenti da contaminazioni batteriche; sull’altro versante abbiamo gli ortoressici che rifuggono in ogni modo tutto ciò che è industriale, votandosi al biologico ad ogni costo. Nel mezzo, un’infinita varietà di gradazioni di grigio: chi teme la parola ‘colesterolo’ o ‘grassi saturi’, chi evita qualsiasi tipo di zucchero, chi mangia qualsiasi cosa a patto che solo lui l’abbia maneggiata.
La vita di queste persone diventa pian piano sempre più stressante e povera, isolata socialmente a causa degli sforzi continui di tenersi alla larga da cibi “pericolosi”, e l’intollerabilità di una possibile svista. Gradualmente non si condivide più la pizza con gli amici, o si porta la verdura biologica al pranzo della domenica, si evita come la peste la più piccola festicciola di compleanno e si rimane vittima di schematismi alimentari frutto a volte di credenze sbagliate, che tuttavia diventano dogmi.

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L’ortoressia non viene attualmente riconosciuta come patologia psichiatrica dal DSM IV, probabilmente anche per la sua sovrapposizione diagnostica tra disturbi alimentari e disturbo ossessivo-compulsivo. Si tratta di una forma di disagio “nuova”, figlia proprio dei nostri tempi consapevoli. Ognuno di noi è infatti bombardato dai media circa i pericoli di un’alimentazione poco sana, al punto che persino le grandi multinazionali del junk food per eccellenza come la McDonald’s si son sforzate di arricchire i loro menu di piatti e materiali più sani, o pubblicizzati come tali, per attirarsi un bacino più ampio di clientela. Chi invece proprio non ha potuto modificarli, come la Nutella, ha puntato l’accento sulla presunta qualità sempre maggiore delle materie prime. Che poi un junk food rimanga tale a prescindere dal contenuto di fibra aggiunta o omega-3 addizionati sembra quasi essere un dato marginale…
Insomma, il fatto è che ormai esiste una vera e propria base di vergogna associata ai cibi considerati non sani. In soggetti predisposti all’ansia e alle idee ricorrenti e intrusive, è facile che in questo clima di ricerca di ‘purezza’, si sviluppi una vera e propria ossessione.

L’ansia è un’emozione fisiologica e adattiva, che ha consentito all’uomo di sopravvivere ai pericoli prefigurandoseli in un prossimo futuro: evoluzionisticamente l’ansia ha permesso di trovare soluzioni a problemi che ancora non si sono verificati, per semplificare molto la faccenda.
Ma quanto deve essere ‘prossimo’ tale futuro per essere giusto preoccuparsene non ci è dato saperlo; al contrario noi psicologi clinici osserviamo spesso un’esagerazione in questo senso, che vede come estremamente probabili catastrofi in realtà rare e alle quali contribuiscono i fattori più disparati, impossibili da prevedere.

La preoccupazione dalla quale parte l’ortoressico è più che sensata: l’ingestione sistematica di cibi inquinati da metalli pesanti, contaminati da pesticidi, carichi di grassi saturi, conservanti o sale è indubbiamente dannosa per l’organismo sul lungo termine, provocando i disturbi e le patologie più disparate. Ma dov’è il confine tra un’alimentazione sana e l’ossessione per essa?
L’ortoressico impegna le sue giornate in una ricerca costante di cibi di volta in volta considerati ‘più sani’, di stoviglie, pentole e contenitori sempre più neutri, di metodi di cottura che lascino sempre più inalterate le proprietà dei cibi; la sua mente è invasa da ogni sorta di catastrofe che riguardi allevamenti e coltivazioni, che producano danni irreversibili sui cibi. E’ alla ricerca costante di nuove informazioni che confermino le proprie paure e le aumentino, selezionando accuratamente le notizie più sensazionali di disastri ecologici e generalizzandone enormemente il raggio di azione: una perquisizione dei NAS ad un’azienda che produce marmellata nella quale sia stato trovato botulino diventa motivo per non consumare più marmellata, l’aver letto che i cereali integrali contengono antinutrienti è il presupposto per interrogarsi circa i propri livelli di minerali circolanti. La vita sociale diventa un incubo dal quale difendersi con ogni mezzo: persino una gioviale cena tra amici diviene fonte di terrore e dubbi senza fine.
Evitamento dopo evitamento, l’ortoressico giunge ad un vero e proprio isolamento sociale con annesso senso di solitudine ed impotenza nei riguardi di tutti i pericoli che è possibile immaginare: alla fine non vi è salvezza nemmeno nelle proprie coltivazioni o allevamenti, poiché acqua e aria sono incontrollabili.
Di seguito un esempio dello schema di ragionamento tipico di un ortoressico:

schema

In modo analogo alle restrizioni dietetiche delle bulimiche, anche nell’ortoressico il regime rigido improntato alla ricerca della purezza assoluta porta facilmente a sgarri e vacillamenti vissuti in modo tragico e compensati con successive restrizioni ancora maggiori, volte alla ‘purificazione’ dal danno. Tale circolo vizioso non fa che aumentare la soglia di intolleranza verso ogni potenziale fonte di non sanità o contaminazione, fino al completo isolamento dalla realtà sociale, per sua natura ‘impura’.
La valutazione, nei momenti di relativa tranquillità, della propria ossessione e delle privazioni che impone, porta il soggetto ad uno stato di depressione reattiva che può essere invalidante come l’ossessione stessa. Nella sfera ossessiva la ricerca della certezza è fondamentale: si richiede la completa assenza di dubbi, di fatto impossibile nella vita reale.

La ricerca della “giusta misura” in un argomento così importante e spinoso come quello dei cibi sani non è cosa da poco: molti degli alimenti ‘non sani’ sono anche contornati da tutto un corollario piacevole e spesso sociale da rendersi irresistibili (la pizza, il vino, il gelato…). Ed è anche vero che una vita vissuta nell’evitamento, mangiando sempre meno cibi per timore della loro provenienza e possibile contaminazione, potrebbe esporre ad un effetto ‘campana di vetro’ predisponente a diverse intolleranze, persino a forme allergiche: non sono rari i casi di intolleranza al glutine o al lattosio o a determinati alimenti che si scatenano per il semplice fatto di aver ristretto troppo la varietà del cibo che ci si concede.

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Una giusta attenzione alle fonti di contaminazione conosciute e ai fattori alimentari che causano patologia si rivela di indubbia utilità al giorno d’oggi; tuttavia è importante non perdere il piacere dello sgarro in compagnia, per sua definizione saltuario, che non pregiudicherà certamente la nostra salute.
In definitiva, un comportamento ortoressico può cominciare a diventare motivo di preoccupazione quando preclude diverse forme di vita sociale, quando scatena enormi sensi di colpa e di insicurezza di fronte ad ogni sgarro (sgarri che al progredire del disturbo vanno via via amplificandosi in quantità, frequenza e portata emotiva consequenziale) o quando va ad aumentare i livelli di ansia della persona al punto da farla cadere nella depressione reattiva.