In questo articolo vi avevo parlato della correlazione tra Alzheimer e cattivo controllo glicemico: vi ricordate?
Qualche settimana ho letto un’interessante pubblicazione scientifica che si ricollega proprio all’articolo che avevo scritto; se da un lato cominciano ad essere chiari i meccanismi biochimici che collegano la demenza senile a una cattiva alimentazione, dall’altro mancano completamente gli studi effettuati sull’uomo che possano dimostrare in modo incontrovertibile le ipotesi fatte. Condurre uno studio che dimostri l’effettiva correlazione tra una cattiva dieta e la degenerazione del sistema nervoso è impossibile perché non eticamente corretto: non si potrebbe mai sottoporre un gruppo di persone a una dieta sbilanciata per valutare entro quando e come si svilupperanno problemi neurocerebrali. Al più, si possono fare studi osservazionali andando ad indagare abitudini dietetiche passate di soggetti malati (quindi non somministrando una dieta ex novo), e ricavandone varie correlazioni: non sarà un rapporto di causa-effetto, ma rimane comunque un dato da non sottovalutare.

Lo studio che vi voglio proporre è stato condotto in Norvegia su un gruppo di persone di mezza età senza segni di demenza senile: si è voluto indagare se esistesse una differenza nelle capacità cognitive e di apprendimento a seconda del tipo di dieta seguita, mettendo a confronto due alimentazioni entrambe sane ed entrambe bilanciate. Una delle due diete è stata però arricchita da tutta una serie di sostanze funzionali, come antiossidanti, stanoli e omega-3: tali molecole non sono state date sottoforma di integratori, bensì i ricercatori sono andati a selezione quei cibi naturali che ne sono ricchi, come ad esempio cannella, pesce ed alcuni tipi di verdura.
Un secondo scopo dello studio è stato quello di correlare la dieta e le funzioni cognitive al rischio cardiometabolico: vi è infatti l’ipotesi che l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari e l’infiammazione metabolica siano in grado di predisporre a a demenza senile. Da esami di laboratorio è emerso che il fil rouge che lega queste problematiche sia la resistenza insulinica, promotrice di fenomeni infiammatori.

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Lo studio norvegese
Lo studio è stato condotto su 44 volontari: uomini e donne sovrappeso di un’età compresa tra 50 e 73 anni, senza patologie pregresse. I soggetti sono stati suddivisi in due gruppi, a ciascuno dei quali è stata data una precisa dieta da seguire per quattro settimane: il gruppo di studio ha seguito una dieta normocalorica bilanciata arricchita con sostanze funzionali, il gruppo di controllo ha seguito una normale dieta normocalorica bilanciata. Al termine della prima fase i ricercatori hanno lasciato trascorrere un mese di stop, per poi invertire i gruppi e le diete: per altre quattro settimane il gruppo che inizialmente aveva seguito la dieta arricchita di functional food nella seconda fase ha seguito la dieta normale e viceversa, di modo che ciascun soggetto fosse anche controllo di se stesso.

La dieta in studio
Vediamo di cos’era arricchita la dieta: cosa si intendeva per “sostanze funzionali”?
– In primis alimenti ricchi di sostanze antiossidanti, come spezie (in particolare cannella) ed erbe aromatiche.
Pesce grasso ricco di omega-3, poiché è dimostrato che dopo i 40 anni si perde progressivamente la capacità di utilizzazione di questi importantissimi acidi grassi, quindi bisognerebbe assumerne di più soprattutto considerando che sono correlati ad una funzionalità cognitiva migliore e a un minor rischio di infarto e ictus. Il gruppo in studio aveva una dieta con ben 8 g di acidi grassi polinsaturi ogni giorno, contro i 4 g del gruppo di controllo.
– Prebiotici naturali in forma di fibra vegetale, contenuta in orzo e avena (beta-glucani) e gomma di guar (addizionata al pane nero di segale). La fibra è correlata a una diminuzione dei marker di infiammazione: il gruppo in studio aveva un contributo di fibra doppio rispetto ai controlli (53 g contro 24 g).
Alimenti a basso indice glicemico (cereali integrali, frutta secca), in grado di migliorare il profilo metabolico. Per una gestione ottimale del carico glicemico, al gruppo in studio è stata data un’integrazione di 10 g di proteine del siero del latte per tre volte a settimana in corrispondenza di pasti a base di patate, notoriamente un alimento ad elevato indice glicemico.
Stanoli vegetali contenuti in soia e mandorle, in grado di diminuire il colesterolo ematico e pertanto di proteggere il cuore.
– Integrazione del ceppo batterico dei Lattobacilli, per migliorare la funzionalità della flora batterica intestinale.

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Ad entrambi i gruppi è stato permesso un consumo moderato di alcol (30 g settimanali di etanolo per le donne, 37 g per gli uomini) ed è stata data -come ho detto- una dieta normocalorica bilanciata (il fine non era quello di perdere peso, benché molti dei volontari presentassero un leggero eccesso ponderale).

I valori rilevati
Sono stati indagati prima e dopo la dieta marker correlati al rischio cardiovascolare: colesterolo, trigliceridi, acidi grassi omega3 circolanti, pressione, interleuchina, citochine proinfiammatorie e TNF-alfa.
I ricercatori hanno misurato anche glicemia e insulinemia: è noto intolleranza glucidica e diabete di tipo 2 causano infiammazione cronica, che a livello periferico induce l’espressione di citochine proinfiammatorie nel cervello, causando una rottura della funzionalità cerebrale. Inoltre, la minor espressione di recettori per l’insulina tipica dell’intolleranza glucidica comporta una minor neuroplasticità con diminuzione delle capacità cognitive.

La capacità intellettuale è stata valutata con due differenti test: il test SA per l’attenzione selettiva e il test RAVLT per valutare la comprensione e l’apprendimento audio-verbale. Entrambi i test sono stati effettuati prima di intraprendere la dieta e al termine di essa.

Tutti i dati sono stati rapportati a due modelli matematici predittivi del rischio cardiovascolare nell’arco di 10 anni: l’algoritmo di Framingham (che considera colesterolo totale e HDL, fumo, pressione arteriosa ed età) e quello di Reynolds (che considera anche possibili attacchi cardiaci genitoriali e proteina C-reattiva). In questo modo si è potuto capire se effettivamente vi sia una correlazione tra dieta, ridotto rischio metabolico e cardiovascolare e miglioramento delle funzioni cognitive.

I risultati
A seguito delle quattro settimane di dieta arricchita di sostanze funzionali sono migliorati i punteggi di entrambi i test cognitivi; contemporaneamente si è ridotta la glicemia e il colesterolo totale, e sono diminuiti i valori di quei marker più strettamente legati a infiammazione e rischio cardiovascolare.
Grazie agli algoritmi di Framingham e Reynolds lo studio ha dimostrato che un ridotto rischio cardiovascolare determinato da un’eccellente alimentazione è correlato a una miglior performance cognitiva e cerebrale anche in soggetti sani. Il risultato è importante: in molti studi osservazionali si era sempre e solo tenuto in considerazione il confronto tra “dieta sana” e “dieta non sana”, magari ricca di grassi trans, sodio, carboidrati raffinati: è inevitabile che uno stile di vita così sbilanciato porti a diversi problemi di salute, non ultimo quelli a insorgenza cerebrale. Lo studio che vi ho presentato io mette invece a confronto una dieta sana con una dieta “più” sana, ricca di antiossidanti, cibi a basso indice glicemico, probiotici, omega-3 da pesce grasso. Vi sembra poco?

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Seppur condotto su un esiguo campione, lo studio ci ha portati a conclusioni importanti:
1. Una dieta ricca di sostanze funzionali permette di avere una capacità cognitiva migliore rispetto a una dieta pur bilanciata, ma povera di tali sostanze.
2. Il rischio cardiovascolare e la gestione del glucosio paiono essere direttamente correlate alla performance cognitiva: con un’alimentazione protettiva per il cuore faremo del bene anche al nostro cervello.
3. Tali risultati sono stati ottenuti in un campione di soggetti sani: ciò significa che la corretta alimentazione non solo protegge dall’insorgenza a lungo termine di demenza senile, ma nel breve termine ci permette di avere maggiore concentrazione, prontezza mentale, di mantenere la nostra plasticità cerebrale fluida e responsiva agli stimoli.
4. Non da ultimo, lo studio sottolinea che tali risultati sono ottenibili grazie a sostanze funzionali naturalmente contenute negli alimenti, senza bisogno di integratori.

La miglior spesa per la vostra salute la fate nei negozi di alimentari, non in farmacia…

Bibliografia
A.Nilsson, J.Tovar, M.Johansson, K.Radeborg, I.Bjorck – A diet based on multiple functional concepts improves cognitive performance in healthy subjects – Nutrition & Metabolism 2013, 10:49