Negli articoli riguardo le abbuffate scritti in collaborazione con Martina, psicologa e psicoterapeuta, abbiamo parlato del diario alimentare come strumento terapeutico. Dal momento che questo diario tornerà in tutti i nostri articoli, ho deciso di fare una presentazione a sé per farvi capire la sua importanza.

Sostanzialmente, il diario alimentare è un registro giornaliero nel quale si segna ciò che si mangia con l’orario e il luogo di consumo, aggiungendo poi altre informazioni specifiche a seconda dell’uso che se ne vuole fare.
Si tratta di uno strumento molto versatile; analizziamone gli usi principali:
– In presenza di patologie dell’apparato gastrointestinale il diario alimentare è utile ad evidenziare sintomi avversi correlabili al consumo di determinati alimenti, chiedendo al paziente di annotare disagi avvertiti nelle ore post-prandiali; ad esempio, si potrebbe notare un aumento del transito intestinale a seguito del consumo di latticini o di verdura cotta, o l’insorgenza di nausea e vomito dopo pasti speziati: la visione del diario aiuta il dietista a compilare il piano alimentare più indicato per le problematiche del paziente.
– In caso di sospetti per intolleranze alimentari, il diario può rivelarsi anche più utile dei test condotti in ospedale, che spesso non sono sufficientemente sensibili a rilevare tali intolleranze. Se si chiede al paziente “dopo che alimenti avverti i sintomi?” è molto difficile che sappia rispondere in maniera esaustiva, invece annotando per 10-15 giorni tutto ciò che si mangia e tutte le problematiche riscontrate risulterà molto più semplice isolare i fattori scatenanti.
– Il diario può essere estremamente utile al dietista per capire come un suo futuro paziente gestisca la sua alimentazione quotidiana: gli si può chiedere di tenere un diario alimentare una settimana prima dell’appuntamento concordato, così da avere già materiale su cui lavorare per evidenziare i punti critici dell’alimentazione. Se gli si chiedesse direttamente in ambulatorio che cosa normalmente mangi, è molto probabile che vengano omessi alcuni particolari, vuoi per dimenticanza, vuoi per pudore, vuoi perché non li si ritengono importanti. Ad esempio, ci si dimentica di riferire il calice di vino a pasto, l’abbondante parmigiano sul primo piatto, i bocconi di pane mentre si cucina, il fatto che per “consumo di pesce” si intenda quasi esclusivamente il tonno in scatola, o che per “insalatona” ci si riferisca a un’abbondante ciotola di verdure arricchita di mais, sott’olii, emmental e acciughe. Invece, annotando di giorno in giorno tutto ciò che si mangia le dimenticanze vengono ridotte al minimo, e risulta molto più semplice al dietista elaborare una dieta che si avvicini ai gusti del paziente e alle sue esigenze, ovviamente correggendo gli errori che vanno corretti.
– Oltre che come strumento preventivo alla dieta, il diario può essere usato anche per controllare l’aderenza al piano alimentare concordato. Non per scarsa fiducia nei miei pazienti, ma a volte mi rendo conto che se a parole è un “va tutto benissimo”, nei fatti gli errori continuano ad esserci, e che magari sono quei punti critici che impediscono ad una dieta di essere veramente efficace. Ad esempio, mi è capitato spesso di vedere che una persona mangiasse meno di quello prescritto nell’infondata convinzione che “meno è meglio” (e invece non facendo altro che predisporre il proprio metabolismo a rallentare); oppure che le scelte dei secondi piatti fossero troppo monotone (sempre e solo pollo e tacchino), oppure ancora che durante il pomeriggio si piluccasse troppo, anche se in piccole quantità. Quando capisco che un paziente potrebbe avere difficoltà nelle prime settimane di dieta preferisco seguirlo con un diario alimentare da farmi mandare settimanalmente, che commento e correggo sia via mail che di persona durante i controlli mensili.

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Ed eccoci arrivati al fulcro del nostro articolo: il diario alimentare nei disturbi dell’alimentazione.

Quando c’è un disturbo alimentare o un rapporto conflittuale con il cibo il diario alimentare è uno strumento preziosissimo, da commentare sia con la dietista che con la psicologa al fine di poter impostare il percorso terapeutico migliore.
Da dietista, nei miei diari alimentari chiedo di segnare (oltre ovviamente al cibo assunto) il senso di fame con cui si arriva ad un pasto ed il senso di sazietà con cui si termina, usando una scala di punteggio da 1 a 5. In più chiedo di annotare tutte le impressioni, le paure e le sensazioni legate a quello che si è mangiato: un alimento è stato vissuto con senso di colpa o ansia? Una determinata situazione ha comportato un’involontaria perdita di controllo? L’introduzione di un certo alimento è stata invece vissuta come un successo? Sono tutti dati preziosi per poter costruire un programma terapeutico che porti all’allontanamento dal disturbo dell’alimentazione.
Nei casi in cui ci si trovi di fronte ad un disturbo alimentare come la bulimia, può essere utile annotare a parte ogni condotta di comportamento “di compenso” messa in atto. Notoriamente, nei casi più gravi ci troviamo di fronte al vomito autoindotto, all’uso smodato di diuretici o lassativi o ad un’attività fisica estenuante ed eccessiva, oltre che spesso assolutamente inadatta al proprio fisico. Tuttavia, nella maggioranza dei casi ci si trova davanti a comportamenti più soft, tesi comunque al recupero di un successivo sgarro alimentare: ad esempio, le due ore di palestra obbligata dopo una merenda particolarmente sostanziosa o la cena a base di sola tisana drenante dopo i biscotti del dopo pranzo. Anche quando si programma lo sgarro in anticipo (la pizza con il marito, la cioccolata con la mamma, le frittelle a Carnevale) non è infrequente che esso venga vissuto come un torto a sé stessi, una debolezza. Nel precedente articolo sulle abbuffate abbiamo visto come la percezione di un torto, persino se programmato in anticipo come in questo caso, sia in grado di destabilizzare l’intero sistema e portare ad un successivo desiderio di rivalsa che inevitabilmente conduce a nuovi sgarri. A tal proposito e ai fini di una maggiore consapevolezza sulle proprie reazioni, risulta utile annotare specialmente in seguito agli sgarri cosa facciamo o vorremo fare per ‘recuperare’. Questa informazione potrà essere discussa sia con la dietista che con la psicologa al fine di intervenire sul proprio equilibrio alimentare.

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Il diario alimentare serve in primo luogo a fare prendere consapevolezza al paziente stesso di quello che sta mangiando: spesso un rapporto con il cibo è talmente conflittuale che arrivati a sera si tende a dimenticare ciò che si è mangiato durante il giorno, a non prendere coscienza di quanto effettivamente siano stati consistenti i fuori pasto (caramelline, cioccolatini, tè alle macchinette, pezzettini di pane, assaggi mentre si cucina), o a sovrastimare ciò che si mangia (questo in caso di ortoressia o tendenze anoressiche: si ha incapacità di valutare l’adeguatezza nutrizionale della propria alimentazione in funzione del proprio fabbisogno).
Segnando di pasto in pasto quel che si è appena mangiato si ha modo di riprendere controllo del proprio comportamento alimentare, senza sminuirlo e senza esaltarlo; nell’arco di più settimane si può avere un resoconto dettagliato che evidenzi anche i progressi fatti. Qualora capitassero abbuffate (soggettive o oggettive), l’impegno a segnare tutto nel diario alimentare aiuta a non fare in modo che l’abbuffata stessa venga negata attraverso una dilatazione mentale di quello che si è mangiato: vedere scritto nero su bianco cosa si è mangiato può essere un duro colpo, una presa di consapevolezza devastante (“come ho potuto mangiare tutto questo?!”), ma aiuterà di certo a non svalutare il problema, e a prendersi la responsabilità delle proprie azioni senza vergogna e senza rassegnazione (“ho sbagliato: come posso rimediare?” e non “mi sono abbuffata, era inevitabile”).
L’aggiunta di informazioni specifiche al diario alimentare aiuta il paziente e la dietista (o la psicologa, a seconda di chi abbia chiesto di tenere il diario) ad isolare quei fattori che concorrono a scatenare l’abbuffata: una colazione troppo misera? O la presenza di un paio di pasticcini non previsti offerti sul lavoro? L’ansia per una cena fuori? Lavorando sulle cause, si possono prevenire le conseguenze.

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Ma il diario alimentare non è utile solo in caso di abbuffate: è indispensabile in tutti i tipi di rapporti conflittuali con il cibo. Ad esempio, non sono poche le donne che per buona parte del tempo si privano di tutto campando a riso bollito e petto di pollo, per poi decidere di pranzare o cenare con torta o gelato pensando in questo modo di unire l’utile (il bisogno di mangiare) al dilettevole (il desiderio di qualcosa di ‘trasgressivo’): temono quello che potrebbe tranquillamente essere inserito nel contesto di un’alimentazione equilibrata (riso bollito e petto di pollo non è equilibrato! E’ triste!), e quando se lo concedono lo fanno sempre con la paura di essere giudicate.
Oppure, c’è chi la sera cena solo con yogurt e frutta pensando che sia una scelta poco calorica e indicata a un pasto ‘leggero’, o chi usa come sostituto del pasto latte e cereali, cercando in questa colazione da bambini un conforto per qualcosa che manca e che viene compensato da ricordi gustativi. O ancora, c’è chi davanti alla televisione (o al computer, o mentre studia) arriva a mangiarsi mezzo pacco di biscotti ogni pomeriggio, facendo in modo che in quella data situazione la concentrazione mentale su qualcosa che è altro dal cibo tamponi la voce della coscienza.
Gli esempi a cui un diario alimentare è utile sono innumerevoli: donne che mangiano una quantità spropositata di verdura pur di sentirsi sazie; uomini che ai pasti si trattengono pur avendo fame ma che poi piluccano biscottini all’insaputa della moglie; adolescenti che mangiano troppo poco rispetto al concreto fabbisogno per paura delle calorie; alimentazioni monotone e mortificanti, quasi che le cose ‘buone’ fossero punibili…

Tenere un diario alimentare aiuta a migliorare la propria alimentazione e il proprio rapporto con il cibo perché obbliga a focalizzarsi sui sintomi psicofisici che ruotano intorno al cibo. Non è infrequente che si diminuiscano spontaneamente le quantità di quel che si mangia perché ci si rende conto di aver mangiato per noia e non per fame, o viceversa si capisca che la propria mancanza di energie sia dovuta ad un’alimentazione troppo restrittiva. Con un diario alimentare si può scoprire che il perenne senso di gonfiore a livello intestinale può essere dovuto all’eccesso di fibra e non a qualche strana intolleranza (la verdura fa bene, ma quando la fibra è troppa la distensione addominale è inevitabile), e che non ha alcun senso evitare pasta e pane pensando di ‘essere sensibili ai carboidrati’ quando i motivi del proprio aumento di peso risiedono nei continui piluccamenti del pomeriggio-sera.

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Se pensate di avere un problema con il cibo -o se semplicemente ritenete che la vostra alimentazione non sia equilibrata- impegnatevi per 7-10 giorni a tenere un diario alimentare nel quale scrivere ogni cosa che mangiate e bevete da quando vi svegliate fino a quando andate a dormire. Annotate l’ora in cui mangiate e il luogo, date un punteggio alla fame con cui giungete al pasto e la sazietà con cui terminate, segnate con un asterisco quello che vivete con angoscia o senso di colpa, e commentate le situazioni a rischio. Annotate poi, soprattutto in presenza degli asterischi, i comportamenti che avete messo in atto per recuperare il comportamento alimentare giudicato eccessivo, anche se avete solo pensato di farlo. In quest’ultimo caso annotate anche come vi siete sentiti in seguito al “fallimento” del recupero (tristi, senza volontà, falliti…).
Questo registro personale in certi casi può essere sufficiente a far cambiare spontaneamente le abitudini alimentari: davvero bevete 5 tazze al giorno tra caffè e tè zuccherati? Davvero vi capita di mangiare bresaola e carote a pranzo, per poi far merenda con brioche e cappuccino? E quella cena saltata perché dopo pranzo avete mangiato un paio di biscottini in più alle cinque…?

L’autoconsapevolezza è il primo passo verso il cambiamento.

In molti altri casi risulta importantissimo commentare questo diario con l’aiuto di una psicologa o di una dietista: la prima ci aiuterà a fare in modo che cibo ed emozioni non siano un unico gomitolo ingarbugliato, ma due ambiti distinti sui quali lavorare; la seconda potrà aprirci gli occhi sui nostri errori alimentari, permettendoci di raggiungere un equilibrio diverso, più *nostro* e non adottato solo perché “in tv si dice così”.